| Diario di un concerto Paolo Fresu |
15 luglio (di Paolo Fresu)17/07/2011Montevecchio, Su Zurfuru, Monteponi, Ingurtosu, Malfidano, Gennamari, Argentiera, Seddas Modizzis, Arenas e Tiny, Funtana Raminosa, Bacu Abis, Corongiu, Orbai, Monte Narba, Nerbida, Perd’e Pibera, Narcao, Serbarìu, Su Suergiu… Sono solo alcuni dei luoghi minerari della Sardegna. Il 3 maggio del 1871 venne discussa in Parlamento una Relazione alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle condizioni dell’Industria mineraria in Sardegna, stilata da Quintino Sella. Nelle tavole che corredavano la Relazione vennero indicate ben 467 miniere attive. Uomini e donne dell’isola vi hanno sputato l’anima fino a qualche decennio fa modificando il concetto di organizzazione chiusa ed arretrata del regime feudale e portandolo per mano, con il proprio sudore e la propria lotta, verso una società finalmente aperta e civile. Seppure con un sistema di tipo capitalistico che ha sfruttato la classe operaia che solo nel dopoguerra è riuscita a organizzarsi per lottare e per migliorare le proprie condizioni di vita che, fino ad allora, erano disumane. Il libro “Donne e bambine nella miniera di Montevecchio” di Iride Peis Concas edito da Pezzini racconta bene anche la condizione della donna e delle bambine in miniera. Il loro compito era quello di cernitrici del minerale. Le donne e le bambine spaccavano, sceglievano, insaccavano il minerale estratto lavorando nei piazzali davanti ai pozzi e alle gallerie. Lavoro massacrante questo, senza alcuna garanzia sociale e subordinato in genere al mondo maschile. Il 4 maggio del 1871 a Montevecchio morirono 11 tra donne e bambine. Morte per il crollo del tetto della baracca in cui tentavano di riposare. Ma i sardi si fanno mettere i piedi addosso fino al punto in cui partono a testa bassa. Perché già alla fine dell’800 ci furono i primi scioperi spontanei fino a quando, a Montevecchio e Buggerru, non furono organizzati scioperi più massicci ai primi del Novecento e uno di ben 47 giorni nel 1949 che coinvolse anche la società civile. Sciopero indetto per contestare le impossibili condizioni di lavoro nelle miniere. Sardi sì, in grado di lavorare come muli ma fino a un certo punto. Sardi con braccia rubate alle campagne quando la terra sarda era arida e senz’acqua, lontana dal mondo, granaio di Roma e luogo di punizioni esemplari dove mandare i nemici del regime nell’epoca fascista e i nemici del sistema e delle Istituzioni nell’epoca della Repubblica. Ieri sera siamo arrivati davanti al pubblico su una Balilla nera guidata da Adriano Pisi che è uno dei nostri luciai. E’ stata una idea divertente e siamo stati accolti da un lungo applauso ma forse, a pensarci bene, non lo era più di tanto e il concerto si è svolto con il pensiero rivolto a quel luogo e a quella storia ingombrante e lunga almeno 150 anni. In duo con il pianista di Belgrado Bojan Z la scena è un’ambulanza bianca del periodo fascista (esattamente quella usata allora nella miniera) illuminata che sembrava finta da Gianni Melis. |